Tre ciotole è un film entrato casualmente nella mia watchlist. Inizialmente credevo trattasse temi orientaleggianti. Poi, scoprendo il lavoro del protagonista ho immaginato sottotesti culinari. Infine ho letto essere tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia. Conoscendola di fama fino a quel momento ho trovato curioso approfondire. In nessun caso avrei tuttavia immaginato il resto della storia. Ma andiamo con ordine.
Tre ciotole in breve
Tornando da un evento nel centro di Roma, Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano) litigano sulla mancanza di entusiasmo nell’affrontare le reciproche passioni. Ciò che sembrava il classico diverbio di coppia si trasforma invece in una pausa che costringe i due ad allontanarsi.
La rottura porta con sé conseguenze di varia natura. Mentre Antonio si lancia a capofitto nel lavoro, cucinando fino a tardi nella trattoria che gestisce insieme al socio (Lorenzo Terenzi), Marta si rivolge a una gastroenterologa per approfondire la recente mancanza d’appetito.
Da questo momento le strade dei personaggi si allontanano per poi ritrovarsi quando alla donna viene diagnosticato un tumore non operabile che tuttavia accetta in modo inusuale: invece di chiudersi nell’attesa rilancia la propria vita scoprendo una senso di meraviglia che probabilmente non sarebbe mai emerso senza quel cambiamento forzato.
Il significato delle tre ciotole
All’inizio della pellicola i due protagonisti si fermano in un supermercato. Al momento di pagare, la cassiera spiega che con una piccola aggiunta avrebbero potuto acquistare tre ciotole fatte a mano. Come spesso accade le ceramiche vengono dimenticate in una credenza finché Marta, ormai sola, le sostituisce ai canonici piatti da portata per rinnovare la mise en place.
Basandosi solo sul film (confessando dunque di non aver ancora letto il libro) la scelta registica di Isabel Coixet potrebbe simboleggiare tre aspetti della vita quali infanzia, adolescenza ed età adulta oppure fasi dell’accettazione della vicenda. Personalmente non ho una chiave interpretativa concreta ma forse è proprio questo il significato di fondo: l’invenzione di un senso partendo dalle molliche di pane.
Memento mori
La rottura con Antonio pone Marta in una situazione complicata nella quale deve fare buon viso a cattivo gioco. Come insegnante di educazione fisica infatti ogni giorno deve risultare solare, attiva e forte nei confronti di studenti e colleghi. Quando a ciò si aggiunge la situazione medica la bolla esplode mostrando il sentiero di reazione.
Secondo alcuni pensatori la vita conduce sempre nella direzione migliore attraverso una serie di segnali. Se tuttavia le aspettative vengono disattese un evento riporta equilibrio.
Il film si concentra sul rapporto tra tempo e opportunità coinvolgendo Marta nella riscoperta di sé ora che l’ideale di eternità è spezzato.

I rapporti con le persone mutano, il passato da ginnasta riaffiora dandole finalmente la libertà di fare tutto ciò che da bambina le era proibito in funzione della performance. A tal proposito è importante la relazione col cibo: inizialmente rigettato perché legato ad Antonio, poi abusato per annullare le privazioni giovanili e infine ricercato, cucinato, presentato e assaporato nelle tre ciotole di porcellana.
Il cambiamento del punto di vista su sé stessa e il mondo che la circonda porta la protagonista in uno stato di tranquillità e armonia incomprensibile dagli amici che invece non accettano l’inevitabile fine del viaggio.
Quando le tre ciotole si crepano
Isabel Coixet ha già trattato simili temi (La mia vita senza me) ma stavolta sembra preferire un registro costruito su narrazioni parallele attorno a Marta interrotte senza soluzione dal finale. Non è chiaro dunque se intendesse delegare l’interpretazione allo spettatore oppure l’esperimento non abbia raggiunto i livelli sperati.
Marta ad esempio non affronta direttamente il dolore e la complessità della situazione (a livello visivo il corpo della Rohrwacher non soppesa alcun segno degenerativo).
La pellicola parla di malattia senza entrarvi, accenna le relazioni tra i personaggi senza mostrarne gli effetti reciproci rischiando che l’elefante nella stanza si alleggerisca e perda il valore probabilmente attribuitogli dalla Murgia.
Lo spettatore, giunto alle ultime scene, potrebbe non avere sufficienti argomenti per capire i rapporti tra corpo e tempo, la volontà o meno di lasciare un’eredità (accennata in un dialogo con la sorella) e soprattutto il lascito nei confronti degli attori sul palco, Antonio in primis, che chiudono il cerchio omaggiando l’amica scomparsa nella semplicità di un pranzo in suo onore.
Un saluto dalla strada
Recentemente ho commentato The Life of Chuck ed è possibile che Tre ciotole sia finito nella watchlist per correlazione argomentativa. Nella sua imperfezione ritengo abbia comunque raggiunto l’obiettivo di avvalorare la consapevolezza di non essere eterni.
Al giorno d’oggi dovrebbe essere palese a chiunque a fronte degli smottamenti globali e del ricordo di un momento storico nel quale l’uomo aveva compreso le proprie fragilità e ritrovato unità con le proprie radici di pigmento azzurro nella volta celeste.
Eppure spesso sembra che tutto finisca nell’oblio e richieda pellicole come questa per sottolineare l’importanza della vita e la necessità di cavalcarla attivamente invece di lasciarla stagnare in un’amalgama di insensatezza.
Prima di salutarvi, vi ricordo di seguirmi anche su Instagram e di iscrivervi gratuitamente al gruppo Telegram per restare sempre aggiornati sulle ultime novità!