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Un semplice incidente – La breccia nel regime

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Un semplice incidente (A simple accident – 2025) è rimasto ignorato nella watchlist per qualche settimana a causa di un malinteso. Conoscendo poco il regista credevo si trattasse di un thriller horror dai toni crudi perché la descrizione menzionava un torturatore. Fortunatamente una sera, armato di coraggio, ho pigiato play. Ma andiamo con ordine.

Un semplice incidente in breve

Una sera, una famiglia in auto investe un cane per errore ed è costretta a fermarsi per le riparazioni in un magazzino di fortuna gestito da Vahid (Vahid Mobasseri). Mentre l’improvvisato meccanico è al lavoro sembra riconoscere nell’uomo al volante Eghbal (Ebrahim Azizi) l’aguzzino che per mesi lo ha torturato in carcere.

Il giorno successivo lo rapisce per ottenere una confessione che invece gli insinua il dubbio di aver commesso un errore dal quale si dipana la trama che coinvolgerà altre persone reduci dalla medesima esperienza di reclusione, violenza e umiliazione.

Non avendolo mai visto in volto perché bendati, i superstiti cercano di confermare le ipotesi costruendo un identikit basato su ricordi limitati e modesti: il cigolio della protesi, l’odore di sudore e il suono della voce.

L’ultima scena costituisce il punto di vista del regista Jafar Panahi: un quadro plastico incerto ed ambiguo che rende impossibile una risoluzione sicura.

Vahid si pietrifica quando riconosce uno specifico rumore alle sue spalle senza dare testimonianza che esista realmente oppure rappresenti un’eco del passato.

Tra politica e distopia

Nel 2010 Jafar Panahi viene accusato e arrestato per aver partecipato alle proteste contro il regime iraniano. Un semplice incidente è un film politico e secco che affianca l’esperienza in carcere all’ottimismo per un futuro meno violento e oppressivo mostrando le conseguenze di un’ipotetica breccia strutturale nel sistema di governo.

I personaggi, sconosciuti al grande pubblico per non rubare la scena al contesto, sono costruiti su stereotipi comuni per rappresentare il pensiero di coloro che potrebbero finalmente avere giustizia rispetto ai soprusi subiti.

Un semplice incidente - Mariam Afshari e Vahid Mobasseri interpretano Shiva e Vahid in una scena del film
Mariam Afshari e Vahid Mobasseri interpretano Shiva e Vahid in una scena del film

Le cose accadono perché Dio vuole che accadano

Uno dei dialoghi iniziali rimanda a un semplice concetto: quando le divise perderanno valore, pace e riconciliazione saranno davvero possibili oppure è impensabile reintegrare nella stessa società vittime e carnefici senza che i primi cerchino vendetta per i torti sofferti. Le persone sarebbero disposte a seppellire il passato nel metaforico deserto lontano dalla quotidianità oppure subirebbero servilmente la sua eco terrorizzate dalla ciclicità storica tipica dell’attuale tessuto socio politico.

Un semplice incidente - Una scena del film
Il deserto è il luogo lontano dal quotidiano nel quale seppellire ciò che fa star male

Il teatro dell’assurdo

I richiami all’opera di Beckett, Aspettando Godot, accentuano il discorso di fondo mantenendo la narrazione sospesa, senza un’apparente risposta o soluzione. Lo spettatore si interroga sul valore della pellicola che da un lato restituisce il pensiero soggettivo sulle pratiche del regime iraniano e sulla cieca applicazione della sharia in nome di stato e religione. Dall’altro ragiona sulle traumatiche conseguenze e sui modi per evitare che l’orrore si incancrenisca nella mente delle persone coinvolte contaminandone il futuro.

Luce rossa

Un semplice indicente è ricco di citazioni e significati che necessitano di più visioni per essere individuati e metabolizzati correttamente. Esso non sostituisce la Storia ma dimostra la capacità del cinema iraniano di veicolare concetti politici e culturali attraverso vicende semplici ed eventi minimi. La contemporaneità rende difficile costruire un pensiero critico attorno agli avvenimenti quotidiani e su come essi vengono percepiti dalle persone coinvolte. La pellicola di Panahi (analogamente a quelle del sudcoreano Bong Joon-ho) è un esempio di come la settima arte sia un alleato per lo spettatore attento che invece di fruire passivamente delle immagini a schermo decide di trasformare l’esperienza in un punto di partenza verso contesti culturali allargati e condivisi aperti a partecipazione e discussione.


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