A real pain è un film nel quale Jesse Eisenberg copre i ruoli di protagonista e regista. Solo per questo a mio avviso merita una chance.
Ma sono di parte quindi, come sempre, andiamo con ordine!
Due righe di trama
I cugini David (Jesse Eisenberg) e Benji (Kieran Culkin) Kaplan sono due ebrei statunitensi che si riuniscono dopo anni per rendere omaggio alla nonna appena scomparsa attraverso un viaggio in Polonia alla scoperta dei luoghi nei quali ha vissuto gran parte della propria esistenza scampando allo sterminio nazista.
Il regista sfrutterà la metafora del viaggio da Varsavia a Lublino per indagare le opposte personalità dei protagonisti sottolineandone i problemi di comunicazione, il passato che nasconde forti motivi di distacco e via scrivendo.
Qual è il reale dolore
Il dolore è un concetto complesso da spiegare soprattutto quando il suo significato, come in questo caso, cambia a seconda dell’interprete.
David, riflessivo e impacciato ha lavorato duramente per costruire una vita equilibrata con una bella moglie e un figlio. Eppure rispetto al cugino, classica pecora nera che reagisce d’impulso e non trasmette stabilità e concretezza, si sente in difetto. Prova invidia e ammirazione. Questo il vero dolore per Eisenberg.

Al contrario Benji lo avverte nella sensazione di incompletezza e incomprensione che solamente la nonna riusciva a bilanciare. Ora che non c’è più cerca un punto di riferimento avvertendo l’implacabile peso della vita da adulto che ora è obbligato a sostenere dopo anni passati a fuggire.
Oltre al dolore individuale il regista pone l’accento sulla condizione degli immigrati americani che con fatica sono sbarcati sulle coste degli Stati Uniti in cerca di una vita migliore per sé e la propria famiglia ma che purtroppo ancora oggi faticano a sentirsi accolti e integrati nella società.
Ossimori e altre figure retoriche
A real pain vive tra le righe. I sotto testi sono le molliche di pane che il regista ha lasciato allo spettatore per capire e approfondire il senso dell’opera.
Dal principio la scena si apre in un aeroporto, luogo di partenze e arrivi per i motivi più svariati: lavoro, svago o come nel caso dei cugini Kaplan ricerca delle proprie radici.
Benji è in anticipo di parecchie ore apparentemente perché reputa interessante immergersi in quell’atmosfera cinetica mentre David, auto-schiavizzatosi nella vita frenetica e ossessiva di chi ha tutto perfettamente suddiviso in banchi temporali, arriva giusto in tempo per l’imbarco.
Ecco dunque una prima differenza: puntualità e ritardo, bicchiere vuoto alla ricerca di qualcosa per potersi riempire e bicchiere fin troppo colmo per evitare di percepire assenza, mancanza e vacuità.
L’aereo per i protagonisti diventa una DeLorean che li riporta agli anni spensierati della gioventù quando erano vicini, uniti e simili.

Il loro dolore risiede proprio nell’allontanamento che ha portato Benji alla depressione e David all’ossessione per il controllo.
Repulsione, avvicinamento, distanze che si allungano e accorciano come un elastico fino a comporre il puzzle della personalità dello stesso regista il quale, come probabilmente ha imparato dagli anni al fianco di Woody Allen, racconta sé stesso attraverso il cinema e gli strumenti di cui dispone (uno su tutti, la musica).
L’autobiografia di un regista
La prima volta che ho incrociato Jesse Eisenberg su grande schermo era Mark Zuckerberg in The Social Network. Poi è stato il turno di American Ultra, Café Society, Il calamaro e la balena e via scrivendo.
Da ognuno di essi ho imparato molto riguardo sceneggiatura, dialoghi, interpretazioni e contesto ma soprattutto ho sempre trovato impeccabile la performance di Eisenberg.
Come scrivevo all’inizio forse il mio pensiero critico è di parte ma è fuori discussione la potenza poliedrica con la quale illumina la scena di volta in volta.
A real pain è la sua seconda prova alla regia (dopo Quando avrai finito di salvare il mondo) e dimostra consapevolezza nel linguaggio cinematografico e capacità di scrittura.
I cugini Kaplan descrivono le varie sfaccettature della personalità di Eisenberg dalla sensibilità al tormento maniacale sottolineando la necessità di costruire nel tempo forti legami familiari e l’importanza della memoria come entità alla quale affidare la ricerca della propria identità.
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