Liberami dal nulla è stata un’esperienza simile al primo appuntamento. Avevo mille dubbi perché la mia conoscenza di Springsteen gravita attorno alle cassette mandate a ripetizione dal mangianastri di un’auto familiare lanciata lungo le strade delle vacanze estive. Il timore di non raggiungere il messaggio tra le righe è tuttavia inferiore alla voglia di essere presente mentre Bruce si spoglia del Boss per raccontare sé stesso attraverso le note di Nebraska.
Ma andiamo con ordine.
Liberami dal nulla vs Deliver me from nowhere
La pellicola di Scott Cooper racconta Springsteen nel periodo emblematico del confronto con i fantasmi di una vita tra la fine del tour per The River (1981) e la scrittura di Nebraska (1982 circa). Passato e presente sono rappresentati rispettivamente da scene in bianco e nero e colore per sottolineare il peso specifico di un’adolescenza malinconica, incompresa e violenta che solo l’immagine monocromatica incide coerentemente.

Al centro della storia, oltre ai personaggi, ci sono i luoghi, o meglio i nowhere del titolo originale. Le aspettative di pubblico e major sommergono Springsteen (Jeremy Allen White) ponendo il futuro del Rock sulle sue spalle. Il peso è tale da allontanarlo dalla sfavillante metropoli newyorkese per affrontare i traumi infantili e il disagio della depressione.
Grazie a un amico acquista una casa nella periferica Colts Neck (New Jersey) dove ragiona sul rapporto familiare alla ricerca dell’autenticità come uomo. L’amore di suo padre, spesso violento e ubriaco impedisce al giovane Bruce di fidarsi delle persone cercando sollievo nella solitudine. L’introspezione è evidenziata dalla registrazione delle prime tracce in formato analogico e casalingo. Quando le propone alla casa discografica quest’ultima non riesce a masterizzarle perché il suono avvolgente viene azzerato dai sintetizzatori interrompendo l’eco metaforico dell’abbraccio in funzione dell’immagine idealizzata dalle folle.
Lo spettatore rivede costantemente la casa natale ormai diroccata dalle cui crepe fuoriescono i mostri e le ombre dei conti in sospeso che delineano il nowhere di un racconto intimo e familiare sui fallimenti e le colpe reciproche.
Al movimento selvaggio che lo caratterizza icona americana The Boss crede che stasi e fissità possano concedergli l’onestà e l’autenticità di cui ha bisogno.
Cerco qualcosa di autentico in mezzo a tutto questo rumore
(Bruce durante un dialogo con il manager Jon Landau)
L’isolamento fortunatamente non è totalizzante e grazie al supporto del manager e amico Jon Landau (Jeremy Strong) inizierà la risalita dal nulla che culminerà con la pubblicazione di Nebraska, album sulla volontà di rivalsa dell’uomo di fronte alla facile rassegnazione e sulla presa di coscienza delle responsabilità adulte.

Il punto di svolta è il bambino che prende coraggio e si ribella al padre con una mazza da baseball per difendere la madre: affronta i suoi demoni riconciliandosi con la famiglia che a modo suo gli ha sempre voluto bene.
Mito riflesso nell’uomo
La demo registrata nella stanza di Colts Neck è l’ennesimo nowhere perché nasce senza la presunzione di portare da qualche parte. Racconta storie di un’America minore, periferica e sconosciuta teatro di criminali e sogni infranti. Il processo creativo è quello dell’uomo spogliato del giacchetto di mito ritmato dal valore terapeutico dell’arte.

Liberami dal nulla trasforma fragilità e debolezze nel cuore dell’icona che tutti conoscono attraverso le esplosive performance live durante le quali si mostra come un essere invulnerabile. La divinità si specchia nella fragilità dell’uomo.
Rispetto al biopic di James Mangold, Cooper risolve l’enigma equiparando il mito all’uomo. Se quindi A complete unknown pone l’accento sul passaggio di Dylan all’elettrico, qui il genio di Springsteen è dimostrato dalla sua capacità di riconoscersi prima di tutto come essere fallibile e fragile. La sua musica accoglie la caduta e la rinascita consapevole che demoni e oscurità partecipano alla costruzione della meraviglia. Nebraska stabilisce una connessione attraverso la solitudine e il disorientamento che tuttavia non nega la speranza di un possibile futuro a partire dalla confusione.
Credo che Nebraska sia il suo album più moderno. Parla di un certo tipo di malessere, di ambiguità morale, ed è senza dubbio un album politico, ma non perché adotta un particolare punto di vista. Bruce è politico perché sceglie di stare dalla parte degli ultimi, degli emarginati.
(Scott Cooper durante la presentazione a Roma)
L’unico luogo è l’uomo nel qui e ora
Il mio timore di essere impreparato sulla materia ha preso forma quando mi sono reso conto di dover fare un passo indietro per capire meglio il film aiutandomi con la lettura del testo omonimo di Warren Zanes e dal corollario di libri sulla figura del Boss tra i quali l’autobiografico Born to Run e Glory Days di Dave Marsh.
Sfogliando le quarte di copertina si può intuire la ricerca intimistica nella memoria di un uomo che durante il processo creativo era afflitto da una forza autodistruttiva che lo ha immerso in un abisso dal quale non è semplice risalire.
Il regista rende edotto di ciò lo spettatore attraverso dettagli come le citazioni di Flannery O’Connor e titoli quali La morte corre sul fiume.
Liberami dal nulla parla a coloro che hanno realmente vissuto situazioni di fuga, isolamento e solitudine perché hanno avuto il coraggio di aprire gli occhi e guardare attraverso i fantasmi e le ombre del passato. Essi, come il Bruce ritratto da Cooper sono riusciti a sistemare i conti in sospeso, ritrovare la propria identità e rialzarsi.
Il film contiene rimandi alla letteratura di Kerouac e Steinbeck perché parlare di Springsteen significa raccontare il movimento on the road per eccellenza ma proprio la necessità di correre, fuggire e guidare senza sosta nel buio si trasformano nella consapevolezza di dover rallentare, fermarsi e riflettere finché la notte lascerà spazio a una rinnovata e luminosa alba.
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