La stanza delle meraviglie mi venne regalato tempo fa quando ancora non esisteva la trasposizione cinematografica di Todd Haynes. Un libro strano a metà tra testo e illustrazione apparentemente adatto anche a lettori con poco tempo.
L’autore è Brian Selznick, già noto per La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (2007) dal quale Martin Scorsese trasse il film del 2011. Ma andiamo con ordine.
Due righe sul regista
Classe 1961 Todd Haynes si distingue fin dalle prime opere per l’analisi raffinata dei costumi sociali attraverso uno stile sperimentale con solide basi accademiche tipiche del melodramma anni Cinquanta.
Titoli come May December, Carol, Lontano dal Paradiso e La stanza delle meraviglie esemplificano la volontà di arricchire intellettualmente lo spettatore grazie a una sceneggiatura che lo pone di fronte a temi culturali (razzismo e omosessualità), psicologici (interiorizzando dinamiche sociopolitiche – Cattive acque) e al dualismo talvolta destabilizzante tra realtà e finzione.
Haynes mette in scena meccanismi narrativi intriganti e coinvolgenti sfruttando fotografia, sonoro e artifici visivi senza risultare manieristico o didascalico.
I testi sono comprensibili perché ogni elemento contribuisce al significato riflettendo una potente idea registica.
Wonderstruck, la stanza delle meraviglie
Brian Selznick sceneggia insieme al regista una storia su due piani paralleli. Il primo segue le vicende di Ben (Oakes Fegley), un bambino dei primi anni Settanta tormentato dalla morte della madre e da certe visioni apparentemente inspiegabili.
Una sera viene colpito da un fulmine mentre cerca di contattare il padre dopo aver trovato il numero di telefono tra le pagine di un vecchio volume. Al suo risveglio in ospedale scopre di aver perso l’udito e superato l’iniziale straniamento decide di proseguire la ricerca delle proprie radici avventurandosi tra le strade colorate della Grande Mela.

Rose (Millicent Simmonds), seconda protagonista della vicenda, vive nel mondo in bianco e nero del 1927. Anche lei sorda scappa dall’agio di un’esistenza vessata dalla severità di un padre dispotico alla ricerca della madre, attrice newyorkese nota solo da alcune foto e trafiletti di giornale collezionati con cura nella sua cameretta.
Fughe dal passato e destini incrociati
La stanza delle meraviglie racconta il coraggio di due anime pure proiettate verso una nuova dimensione dell’esistenza armate solo dell’incoscienza che distingue i bambini dagli adulti.
Abbandonate e oppresse dalla mancanza d’amore verranno esposte alla rocambolesca frenesia di una città estranea e per questo spaventosa ma intrigante, traboccante di sorprese e incontri inaspettati fino al crocevia conclusivo ricco di speranza.
La ricerca delle radici sono l’espediente narrativo per discutere sul presente omaggiando il film muto delle origini. Sono evidenti i richiami ai classici su New York e alla musica di artisti come Bowie, opportunamente rivisitata, che contribuisce all’intenzione meravigliosa della scoperta sostenuta dalla fantasia e dal riflesso incantato dell’innocenza.

Ritorno alle origini
Il libro che nelle prime righe era consigliato anche ai lettori con poco tempo per forma e contenuto in verità richiede profonda immaginazione per colmare gli appositi spazi narrativi che permettono di personalizzare la vicenda. Dopo ogni pagina si allarga il punto di vista fino a invadere la settima arte costruendo la stanza delle meraviglie attraverso parallelismi temporali e dualismi cromatici. Ben e Rose scoprono il chiaroscuro della crescita mentre gli adulti ritrovano l’importanza dell’istinto sulla ragione, della curiosità sul noto e della creatività come strumento per superare le proprie insicurezze dando forma alla strada della propria vita.
Prima di salutarvi, vi ricordo di seguirmi anche su Instagram e di iscrivervi gratuitamente al gruppo Telegram per restare sempre aggiornati sulle ultime novità!