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A complete unknown è una bellissima anomalia

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Come spesso accade con la maggior parte dei film che decido di vedere al cinema il loro periodo nelle sale è limitato. A complete unknown, uscito in Italia a fine gennaio 2025 e diretto da James Mangold è tra questi.

Di recente tuttavia sono riuscito a recuperarlo ingarbugliando l’agenda e chiedendo favori a Tempo conscio che non riuscirò a saldare il debito. Ma andiamo con ordine.

A complete unknown: una storia di etichetta

La scelta registica è coraggiosa quando riporta la personalità di Dylan sbilanciandosi in più direzioni senza mai avvicinarsi a nessuna.

Il film può essere inteso come biopic se si pone l’accento ai quattro anni dal 1961 quando il giovane Robert Allen Zimmerman (Timothéè Chalamet) visita Woody Guthrie (Scott McNairy) in ospedale al momento in cui, nel ‘65 la scena diventerà elettrica.

A complete unknown è anche un musical perché ogni volta che Dylan è davanti a un microfono (e non solo) è la musica a raccontare luoghi, vicende, fatti e personaggi.

I was young when I left home, Blowin’ in the wind ma soprattutto The times they are a-changin rappresentano punti salienti nell’evoluzione stilistica e personale del protagonista che in quest’ultimo caso sottolinea i cambiamenti epocali del periodo: dalla morte di Kennedy al movimento per i diritti civili senza dimenticare il gorgoglio sotterraneo intento a riscrivere le regole del panorama folk.

Nessuno dei due aspetti prevale sull’altro in un preciso equilibrio alla ricerca dell’uomo nascosto dalle ormai innumerevoli etichette e maschere che ognuno a suo modo ha provato a fargli indossare.

Mangold racconta la propria idea di artista

Quando Mangold insieme a Jay Cocks scrive la sceneggiatura adattando la biografia Dylan Goes Electric! (Elijah Wald – 2015) non vuole parlare della vita del protagonista.

Nel 1961 Bobby Dylan non ha nulla se non i vestiti che indossa e la chitarra che suona per il suo idolo Woody Guthrie che seppur malato ne riconosce il talento. Pete Seeger (Edward Norton) assiste alla scena e decide di ospitare il ragazzo per prepararlo alla scena folk.

Da qui prende piede l’ascesa professionale di Dylan alla ricerca di quante più influenze possibili senza abbracciarne nessuna e risultando apatico nei confronti delle persone che invece si affezionano a lui.

A complete unknown_Cast
Timothée Chalamet e Elle Fanning in una scena del film

Cosa prova il genio nei confronti di Sylvie Russo (Elle Fanning), cosa rappresenta nella sua vita Joan Baez (Monica Barbaro) sono solo un paio degli interrogativi che la pellicola lascia elaborare allo spettatore durante le due ore che volano letteralmente come note trasportate dal vento.

Mangold raccontando la storia di Bob Dylan sembra voler spiegare il connubio tra essere umano e arte necessario alla creazione dell’opera.

Spesso si crede erroneamente che fare l’artista sia un lavoro con orari precisi e un interruttore da spegnere per tornare al quotidiano. Il regista distrugge il concetto frullando le giornate del protagonista con l’attualità della New York in cui vive e avvenimenti quali la morte di Kennedy e la paura dilagante dalla questione cubana.

Il Bob Dylan di Mangold è lo spirito del tempo, lo Zeitgeist che dominando la cultura di una determinata epoca arriva al punto di poterla plasmare e all’occorrenza distruggere.

Cast e interpretazione

Negli anni molti hanno raccontato la storia del menestrello del Minnesota. Nel ’67 D.A. Pennebaker scrive e dirige Dont Look Back nel quale a partire dal titolo (per molti errato) cerca di semplificare i concetti espressi. Nel 2005 è il turno di No Direction Home: Bob Dylan ad opera di Martin Scorsese fino al più recente Io non sono qui di Todd Haynes (2007) nel quale si cerca di dar forma alle molteplici sfaccettature del protagonista attraverso l’interpretazione di sette diversi attori.

Mangold cambia punto di vista sviluppando un cast in grado di rendere la finzione quasi più vera della realtà stessa (complice anche l’incredibile esecuzione canora). Chalamet è Dylan in tutto: pose, movenze e soprattutto sguardi perché oltre alla musica messaggera di pace, libertà, ribellione e uguaglianza è con essi che comunica. Edward Norton e Monica Barbaro letteralmente cantano in modo camaleontico la propria condizione rispetto ai loro personaggi.

A complete unknown_Chalamet_Dylan
Timothée Chalamet interpreta Bob Dylan in una scena del film

Il film ancora una volta spiega allo spettatore che non può dare risposte. Tuttavia uscendo dalla sala si percepisce una notevole sensazione di arricchimento, consapevoli di aver approfondito il momento in cui un’icona mondiale abbandona il passato illuminato dalle candele per l’elettricità.

Newport Folk Festival

Il Newport Folk Festival è un evento ricorrente che dal 1959 nell’omonima cittadina del Rhode Island propone artisti folk, blues, bluegrass e country.

Pete Seeger, uno dei fondatori, nel film presenta Bob Dylan durante l’edizione del 1963 riscuotendo grande successo e contribuendo nuovamente alla fama dell’artista (Albert Grossman, anch’egli nell’organizzazione diventerà manager di Dylan).

Fu tuttavia il 1965 a mettere un punto importante nella carriera del cantautore quando decide di cambiare marcia portando sul palco per la prima volta degli strumenti elettrici.

Dylan è conscio della distruttiva reazione di pubblico e organizzatori ma non si tira indietro e lancia benzina sul fuoco attraverso le strofe disincantate di una It takes a lot to laugh, it takes a train to cry appositamente carica di aggressività e prepotenza.

Infine, la fattoria citata in Maggie’s farm permette al Mangold narratore la metafora dello scostamento dal folk cristallizzato verso nuovi fermenti.

Da Zimmerman a Dylan

Il punto focale dell’intera narrazione è la trasformazione del protagonista evidente sin dalle prime battute. Robert diventa prima Bobby e successivamente Bob Dylan (in onore di Dylan Thomas) abbandonando definitivamente le radici familiari alla ricerca di una nuova identità.

Contemporaneamente la trasformazione è scandita dalla musica. Il giovane di provincia si affaccia al folk con la chitarra acustica grazie al suo idolo Woody Guthrie al quale resterà riconoscente fino alla fine. Questo è il periodo in cui è più affamato di punti di vista, influenze e storie da rendere note su un pentagramma. Parole per la propria voce.

Quando però la sua immagine diventa un vestito troppo aderente capisce di doverlo cambiare senza tuttavia distruggere o rinnegare il passato ma salutandolo con gratitudine mentre cavalca la sua motocicletta verso l’inizio di una nuova avventura dal finale incerto ma che vale la pena vivere.

A complete unknown è una bellissima anomalia comunque la si guardi. A livello di genere, personaggi, interpreti e soprattutto musica è impossibile imbrigliarla in un’etichetta perché quando ci si avvicina troppo alla definizione la pellicola muta mostrandosi messaggera di una cultura fondata sull’evoluzione, sull’abbandono coraggioso delle sicurezze in funzione di una dimensione ignota e affascinante.

Uscendo dalla sala e guardando gli occhi pensierosi degli spettatori pensai come ognuno di noi condivide con Bob Dylan la ricerca di risposte che nel loro perdersi nel vento diventano stimolo per continuare a domandarci chi siamo.


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