Dopo aver parlato di viaggi nel tempo e galassie lontane lontane, oggi vi consiglio una serie di documentari che attraverso l’esplorazione, raccontano le esperienze sportive, culturali e storiche dei protagonisti.
L’ordine in cui sono presentati è dettato dal mio gusto personale, partendo dal meno convincente e più problematico fino ai veri e propri capolavori del genere.
Non voglio cambiare pianeta
Questo primo documentario è il diario registrato da Jovanotti durante il suo viaggio tra Cile e Argentina.
Fino a poche ore prima di recensirlo, ammetto che stavo per dare un voto largamente positivo ma una discussione tra amici mi ha insinuato il dubbio che l’ammirazione per il cantante ne avesse falsato il giudizio.
Dopo averlo rivisto integralmente grazie al supporto di una grande moka di caffè, posso dire che si tratta di una buona idea gestita male perché essenzialmente ha due problemi:
- tecnico: ultimamente sento spesso dire che basta uno smartphone per creare ottimi prodotti. Dai tempi di Freaks, nel lontano 2011 sono d’accordo con quest’affermazione, ma in quel caso i ragazzi della produzione sapevano il fatto loro e avevano la volontà di sperimentare.
- narrativo: se da un lato ci sono momenti interessanti, nei quali il cantante romano riflette su questioni ambientali, naturalistiche e perché no filosofiche, dall’altro ci sono veri e propri episodi in cui si abbandona a flussi di coscienza e momenti nonsense che danno nuova vita al tasto avanti veloce. Sedici puntate per uno storytelling come quello narrato sono forse eccessive.
Per spiegare meglio questo punto di vista, vi invito a dare un’occhiata alla serie From zero to… che racconta le imprese di Nico Valsesia tra ciclismo e trial running.
L’obiettivo di fondo è diverso, nel caso di Jovanotti si tratta di un viaggio emotivo mentre lo sportivo novarese cerca di stabilire un record: tuttavia immaginate il risultato che avrebbe ottenuto il secondo se avesse avuto le possibilità del primo.

Non voglio cambiare pianeta è senza dubbio un buon punto di partenza per chi, come me, non conosce le zone della Panamericana. Il problema è che tende a focalizzarsi troppo sull’incredibile eclettismo del protagonista che, attraverso la sua personalità e i suoi discorsi, talvolta si discosta dal contenuto che ci si aspetta da un simile format.
Free solo
Vincitore del premio Oscar nel 2019 come miglior documentario, il film racconta la scalata in solitaria e senza imbrago della parete El Capitan da parte di Alex Honnold.
Fino a metà della pellicola avrei pagato qualunque cifra per rassicurare il protagonista che, in caso di caduta, sarebbe sicuramente atterrato sul suo enorme ego.
Poi entra in scena la futura moglie, Sanni McCandless, che mette in luce alcuni aspetti della personalità di Alex e le motivazioni che lo spingono ad oltrepassare ogni volta i propri limiti.
L’aspetto tecnico stavolta è di alto livello grazie alla professionalità di Jimmy Chin che, per chi non lo conoscesse, è colui che attraverso le sue fotografie e i suoi video, ha testimoniato alcune tra le imprese più folli mai tentate dall’uomo.
Il sistema funziona e sulle note di Gravity is a fragile thing di Tim McGraw, lo spettatore viene accompagnato in una serie di interviste e flashback che hanno come protagonisti i familiari e gli amici del climber.
Uno di questi, Tommy Caldwell, spiega che per fare free solo è necessario crearsi una spessa corazza che mantenga la totale concentrazione sulla parete. Un passo sbagliato, un appiglio mancato e non ci sono seconde occasioni.

Il mio consiglio per la visione è di concentrarsi sul protagonista e non sull’impresa. In questo modo si diventa partecipi del suo percorso di crescita interiore e di preparazione.
Ho cercato di mantenermi vago per non rivelare parti importanti del film ma una scena su tutte ve la voglio raccontare: ad un certo punto Alex si rende conto che non è obbligato a scalare El Capitan, il regista stesso lo rassicura sul fatto che il documentario non ne risentirebbe.
Tuttavia, penso che abbia deciso di continuare per sottolineare l’importanza che parole quali coraggio, perseveranza e allenamento hanno nella vita di tutti i giorni e di come, unite, possano elevare l’essere umano.
Under an arctic sky
Ricordate quando scrivevo che una recensione deve evitare opinioni personali e basarsi solo sul lato oggettivo del prodotto: nelle prossime righe dimenticatelo perché penso che chiunque sia stato almeno una volta in Islanda non possa non farsi coinvolgere dalle sequenze mozzafiato di questo piccolo capolavoro.
Immaginate un gruppo di surfisti che, nell’inverno del 2017, decide di percorrere la costa settentrionale della terra del ghiaccio e del fuoco alla ricerca dell’onda perfetta.
Il documentario diretto da Chris Burkard rappresenta la possibilità di assaporare il significato dell’esistenza attraverso una sfida estrema alle condizioni naturali che portano l’uomo a superare il timore delle conseguenze per ricordarsi che la sua presenza su questo pianeta non è casuale bensì votata alla vita in ogni sua manifestazione.

Race – Il colore della vittoria
Come da titolo, Race non è un documentario, e forse alla fine scopriremo che non è nemmeno un film. Diretto nel 2016 dal giamaicano Stephen Hopkins è la storia di Jesse Owens, il ragazzino di colore che ancora oggi è considerato l’uomo più veloce al mondo.
La pellicola riporta uno spaccato della cultura tedesca e americana degli anni Trenta.
Le chiavi di lettura in questo caso sono molteplici e vi consiglio di guardarlo più di una volta per comprenderle pienamente: lo sport è visto come un mezzo per veicolare influenze culturali e politiche ma allo stesso tempo è l’entità super partes in grado di azzerare tutto il resto ed equiparare ogni essere umano.
Una scena molto toccante riguarda la partenza di Jesse per le olimpiadi di Berlino del 1936. Qualche giorno prima, nella casa del padre del velocista si presenta uno dei capi della comunità nera locale per dissuaderlo dal gareggiare: se lo avesse fatto, avrebbe infatti mandato un implicito e fallace messaggio di benessere.
Pensate alla sensazione che provereste nel rendervi conto che tutti, perfino quelli che dovrebbero supportarvi, vi stanno chiedendo di rallentare mentre siete a un passo dal gradino più alto del podio.
In pista non esiste bianco o nero, ma solo veloce o lento.
Non conta nient’altro. Né il colore, né il denaro, e neanche l’odio.
Per quei dieci secondi, sei completamente libero
Jesse Owens
Quello che inizialmente avevo interpretato come un film, successivamente si è rivelato un documentario ma anche un trattato socio politico degli asset storici precedenti la Seconda Guerra Mondiale.
Questi sono tre documentari (e qualche altro intrufolatosi all’ultimo minuto) più uno che mi sento di consigliarvi perché raccontano storie che vale la pena conoscere.
Il mio augurio per voi che state leggendo queste righe è che, come i protagonisti delle vicende narrate, non vi accontentiate della superficie ma spostiate ogni giorno il vostro limite, un centimetro più in la.