Dopo l’articolo su JustWatch mi è stato chiesto qualche titolo fuori dalle solite liste: è nata così l’idea di parlare di Jim Jarmusch.
Partiamo dalle basi: chi è Jim Jarmusch?
Jim Jarmusch nasce in Ohio negli anni Cinquanta e inizialmente fare cinema non era tra le sue opzioni. Appassionato di musica studia letteratura e giornalismo trasferendosi a Chicago e New York fino ad approdare a Parigi nel 1973 per una ricerca sul surrealismo. Nella capitale francese si avvicina al cinema e dopo l’esperienza in letteratura alla Columbia si iscrive alla Graduate Film School di New York. La sua tesi di laurea è il mediometraggio Permanent Vacation (1980).
Non dipingo ciò che vedo ma quello che provo
Se Jarmusch fosse un pittore assomiglierebbe a Hopper. Come il più importante esponente del realismo americano Jarmusch è attratto dalle lunghe esposizioni grazie alle quali prova a imbrigliare il tempo ponendo l’attenzione dello spettatore sugli aspetti metafisici della pellicola.
Ma che vor dì?
I quadri di Hopper sono ambientati in paesaggi urbani, strade e interni. I colori vivaci tuttavia non trasmettono calore e dinamismo ma inquietudine e staticità come se i soggetti guardassero verso qualcosa che lo spettatore non è in grado di cogliere.
Il vero protagonista è spesso il silenzio e le poche figure in scena sono chiuse in una bolla di individualismo come nottambuli al bancone di un bar.

Nei suoi dipinti sono ritratte figure inermi, intrappolate nella monotonia dell’esistenza in attesa forse vanamente di una scossa che rimescoli le carte in tavola e crei nuovi significati e proposte per il futuro.
E Jarmusch?
Jarmusch metabolizza questo concetto rappresentando la staticità delle situazioni che dirige. La fissità dei luoghi rende difficile il tentativo di evoluzione dei personaggi che spesso intraprendono viaggi semantici indotti da MacGuffin esterni alla loro volontà.
Il cinema di Jarmusch mostra soggetti che percepiscono la vita come un eterno ripetersi della stessa trama senza poter intervenire in alcun modo affinché cambi qualcosa.
È una lettera anonima a far intraprendere il viaggio a Don in Broken Flowers così come è un evento inatteso a ribaltare la concezione poetica di Paterson nell’omonimo film del 2016.
Perché serve una guida
Jarmusch è un regista complesso e i suoi film necessitano di tempo e attenzione per essere compresi appieno. Per questo motivo ho deciso di scegliere cinque accessi facilitati alla poetica di un grande esponente del cinema indipendente americano.
Come si legge la guida
Anche se Jarmusch è attivo dal 1980 ho deciso di partire con un film del 2003 ritenendolo un buon modo per avvicinarsi al suo stile. Inoltre l’ordine dei titoli a mio avviso permette un approfondimento graduale evitando il rischio di abbandonare la nave prematuramente.
Coffe and Cigarettes – 2003
Coffee and Cigarettes raccoglie undici cortometraggi (di durata compresa tra cinque e sette minuti ciascuno) realizzati a partire dal 1986. Jarmusch crea il contesto sfruttando l’ormai rodato bianco e nero: poche inquadrature fisse in un bar, caffè e sigarette. Dialoghi e interpretazione sono lasciati agli attori che di volta in volta improvvisano arricchendo con le loro personalità lo spazio scenico.
Ciò che colpisce è l’omogeneità della pellicola in grado di restituire un prodotto unico sebbene composto da elementi differenti. Grazie all’interpretazione degli attori e alle situazioni talvolta folli che si creano lo spettatore percepisce un senso complessivo slegato dalla trama praticamente inesistente.

Coffee and Cigarettes rappresenta uno spartiacque nella filmografia di Jarmusch; fino a quel momento aveva sperimentato un cinema indipendente che successivamente verrà rivisto in funzione del successo accumulato. I cortometraggi sono forse l’occhiolino a Daunbailò e Permanent Vacation prima di approdare a contesti quali Broken Flowers e Paterson in cui potrà permettersi budget e attori di diverso calibro ed esperienza.
Coffee and Cigarettes sono undici modi per approcciarsi agli stili di Jarmusch, assaggiarne la poetica e capire quanto è profonda la tana del Bianconiglio.
I morti non muoiono – 2019
La trama è semplice: a Centerville un gruppo di poliziotti indaga sull’omicidio di due cameriere ad opera degli zombie.
L’etichetta commedia horror con cui viene spesso descritto questo titoto va inserita nell’ottica di Jarmusch. Da regista indipendente infatti ribalta i canoni romeriani per riflettere sulle conseguenze del consumismo massificato.
Le inquadrature dei luoghi in cui si svolgono le vicende creano nello spettatore un senso di lentezza, noia e immutabilità che diventa metafora della cultura odierna (non solo americana). La realtà non è più quella percepita sensibilmente attraverso un’esperienza vera e diretta bensì quella vissuta indirettamente e raccontata attraverso uno schermo da altre persone.
Come in un gioco di ruolo ogni attore rappresenta un aspetto sociale e come tale reagisce alle circostanze. Bill Murray è riflessivo, paziente e porta con sé valori stravolti dal depresso collega Adam Driver per il quale la violenza è il mezzo più rapido per risolvere i problemi. L’ottimista Danny Glover si oppone all’egocentrico razzista Steve Buscemi legato al concetto di proprietà e accumulo.

Infine i due personaggi chiave per l’interpretazione del film sono Tilda Swinton e Tom Waits. La prima è l’eccentrica impresaria di pompe funebri che compatisce e descrive la condizione umana come risultato di un’educazione basata sul consumo. Waits invece è l’outsider per eccellenza che proprio nei panni dell’emarginato eremita Bob è in grado di sopravvivere agli eventi perché lontano da ogni forma di dipendenza.
Tra le righe di una commedia apparentemente semplice Jarmusch traduce l’attuale figura dell’essere umano in quella dello zombie che come un morto vivente è incapace di mutare, reagire e dare un significato unico alla propria vita.
Paterson – 2016
Paterson è l’ultimo film girato da Jarmusch per la sala. La trama racconta una settimana della vita di Paterson, un autista di autobus che vive a Paterson cittadina nella quale tra gli altri è nato il poeta William Carlos Williams.
Ogni giorno il protagonista si sveglia, va al lavoro, torna a casa, cena e mentre porta fuori il cane si concede una birra con gli amici al bar. La routine è portata agli estremi ma a Paterson, interpretato da Adam Driver questo non pesa perché vive l’apparente fissità in modo creativo.
Durante le pause scrive poesie su ciò che gli accade intorno rendendo importanti piccole cose come la scelta dei fiammiferi.

Al suo fianco l’artista e moglie Laura cerca invece di reinventarsi costantemente senza mai definire la propria forma. Un giorno cucina cupcake mentre il successivo ordina una costosa chitarra senza essere in grado di suonarla (interessante a mio avviso la contrapposizione tra l’oggetto costoso di cui l’artista ha bisogno per fare arte rispetto al semplice taccuino del protagonista).
Un giorno un guasto al motore introduce l’imprevisto nella vita di Paterson che deve abbandonare la propria comfort zone per trovare una soluzione. Per chiamare la centrale operativa e chiedere aiuto ha bisogno del cellulare che non ha mai voluto comprare. In modo analogo un altro evento lo porterà a riflettere sullo stile con cui scrivere le pagine successive della sua vita.
Jarmusch pone così l’accento sulla rara capacità di cogliere le opportunità nascoste dietro le apparenti avversità quotidiane.
Paterson è immerso nella vita al punto da riuscire a tradurre le proprie emozioni su carta. Al contrario di quanto accade spesso egli non ricerca la fama. Scrive poesie come semplice esercizio di felicità senza pensare alla loro condivisione.
A mio parere due scene sono particolarmente emblematiche. Nella prima il protagonista spiega a una bambina incontrata per caso che la poesia non deve essere necessariamente in rima perché rappresenta una forma di libertà per l’autore.

Nella seconda Laura ha cucinato una torta con groviera e cavolini e chiede al marito di pubblicare ciò che scrive. Jarmusch spiega così la necessità per molti artisti di essere riconosciuti attraverso una mostra contrapposta al concetto di arte come forma espressiva pura e semplice esistente a prescindere dal fatto che qualcuno ne fruisca.
Paterson è forse il film che preferisco tra quelli citati non solo per la prestazione attoriale del cast diretto in modo eccellente ma soprattutto per la delicatezza con la quale viene raccontata la vita quotidiana attraverso poche inquadrature che sottolineano come la felicità sia più vicina di quello che normalmente si è portati a pensare.
Solo gli amanti sopravvivono – 2013
Adam e Eve sono due vampiri innamorati reciprocamente ma distanti fisicamente. Il primo, (interpretato da Tom Hiddleston) vive in un’isolata e fatiscente villetta di Detroit mentre la seconda (interpretata da Tilda Swinton) passa le proprie nottate tra i vicoli di Tangeri.
La distanza non è solo geografica ma anche interiore: Adam è un musicista depresso perché vede gli umani come zombie portati all’autodistruzione, incapaci di evolvere in qualcosa di bello.
Su una delle pareti sono appese fotografie e ritratti di grandi luminari della storia. Se da un lato dunque è conscio delle possibilità dell’uomo dall’altro teme che al raggiungimento dell’apice qualcosa di estraneo alla conoscenza ne smorzi la luce.

Eve al contrario è innamorata del mondo tanto da percepirne l’essenza in tutte le forme in cui esso si manifesta. Le basta toccare un albero per apprendere la storia del legno oppure uno strumento per risalire ai brani suonati.
In questa pellicola i vampiri restano ai margini della società perché non vogliono interferire con la quotidianità della gente del posto ma avere la possibilità di vivere liberamente la propria. Jarmusch getta le basi per un discorso che completerà nel 2019 con I morti non muoiono inquadrando gli esseri umani come zombie: morti viventi dipendenti da costrutti socio culturali e pertanto fautori della propria disfatta.
L’essenza del discorso si spiega con il finale in cui la coppia è costretta a sporcarsi di un peccato dal quale con tanta fatica si era tenuta alla larga e compromettendo qualcosa di puro e bello come il bacio tra due innamorati.
Jasmine. È libanese. Diventerà famosa.
Dio spero di no, è troppo brava per esserlo.
Solo gli amanti sopravvivono – Only lovers left alive
Ogni piolo sulla scala dell’evoluzione può essere percorso in entrambe le direzioni: salita e discesa. L’uomo è allo stesso tempo creatore/distruttore, responsabile della propria autodistruzione camuffata da necessità di sopravvivenza.
Broken Flowers – 2005
L’ultimo titolo della lista è Broken Flowers. Il protagonista interpretato da Bill Murray è il rubacuori Don Johnston che ormai anziano vive la quotidianità in una villa full optional. Un giorno il postino consegna una lettera anonima grazie alla quale Don scopre di avere un figlio senza tuttavia sapere il nome della madre.
Dopo aver raccontato l’accaduto al vicino di casa quest’ultimo gli propone di scrivere un elenco delle donne con cui è stato in passato, organizzare un viaggio per incontrarle e trovare il bandolo della matassa.
Ogni parte del film è ben costruita. L’inizio, la trama centrale e la fine compongono perfettamente una pellicola che tuttavia non punta a mostrare ciò che si vede in superficie ma mette in scena la ricerca interiore da parte del protagonista.
La lettera infatti è l’espediente narrativo usato da Jarmusch per portare lo spettatore a riflettere sulla propria vita e sul modo in cui essa è percepita. Don Johnston apparentemente è un uomo realizzato che ha tutto quello di cui ha bisogno (lo dimostra il rifiuto di intraprendere una ricerca che per lui inizialmente non ha valore). Invece dopo ogni incontro viene approfondita una nuova porzione del suo passato che alimenta l’eredità finale metaforizzata dalla figura del figlio.

Scena dopo scena Don diventa sempre più consapevole del vuoto che in realtà riempie la sua vita e di come il viaggio intrapreso rappresenti la ricerca di senso.
Il figlio diventa dunque la possibilità di lasciare dopo di sé qualcosa di bello, che completi e renda lustro a un’esistenza vissuta non come semplice avventura di una notte ma come esperienza reale e positiva.
L’essenzialità, il numero ridotto di inquadrature, i dialoghi e il tempo con cui Jarmusch racconta le vicende diventano metacinema aggiungendo significati a una pellicola matura ed efficace. Lo spettatore viene catapultato nella realtà di Don Johnston come se fosse lui stesso a interpretare il personaggio.
Broken Flowers mette in scena una profonda riflessione sulla vita e sull’eredità che ognuno di noi lascerà dietro di sé.
Free & Freaky
Ho pensato di concludere questo lungo articolo con il titolo di un singolo dei The Stooges del 2007 perché se da un lato le vite di Iggy e Jim si legano a doppio filo per l’intera carriera del regista, dall’altro quest’ultimo racconta storie apparentemente bizzarre attraverso una visione personale e libera.
Da esponente del cinema indipendente Jarmusch si allontana dal giudizio di critica e pubblico per seguire la propria idea e alimentare riflessioni profonde su società, vita e futuro.
Perché lo consiglio? Perché a mio avviso è davvero più strano del Paradiso.
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