Narcos è una serie che ritenevo conclusa con la morte di Pablo Escobar alla fine della seconda stagione. Tuttavia dopo un periodo di recuperi tra Ozark e Suburra il famigerato algoritmo mi ha proposto Narcos: Messico. Ma andiamo con ordine.
Volevo mollarla dopo due minuti
Ho pigiato play sulla prima puntata di Narcos: Messico all’ora di cena (che per i miei standard significa almeno le ventidue) aspettandomi un livello di intrattenimento poco impegnato. Dopo qualche minuto pensai di abbandonarla perché non era doppiata e la lingua italiana era presente solo nei sottotitoli. Decisi di darle una sera di tempo per farmi cambiare idea perché in caso contrario avrei dovuto cercare altro e sappiamo quanto il processo sia deleterio. Zerocalcare insegna!

Narcos in breve
Narcos: Messico è una serie televisiva coinvolgente dai titoli di testa perché romanzando fatti realmente accaduti educa lo spettatore su momenti drammatici della storia sudamericana degli anni Ottanta e degli effetti riscontrabili ancora oggi.
L’agente della DEA Kiki Camarena (Michael Peña) inizia un’indagine sul sinaloense Miguel Ángel Félix Gallardo (Diego Luna) che insieme al fratello Rafa (Tenoch Huerta) vuole riunire le famiglie malavitose di Guadalajara sotto un’unica bandiera per introdurre sul mercato un nuovo tipo di marijuana sperimentale. La Federazione avrebbe evitato disordini, risse e omicidi per il controllo del territorio riducendo a zero l’esposizione mediatica attorno ai traffici.
Storie di emancipazione e potere
Narcos: Messico racconta la quotidiana situazione di guerra che si spande a macchia d’olio per le strade sudamericane. Gli episodi mostrano una società incurabile perché istituzioni, politica e forze dell’ordine sono parte del sistema del narcotraffico.
L’ex poliziotto Felix incarna la metafora della classe proletaria che vede nell’illegalità un’opportunità di riscatto dalla mediocrità e il raggiungimento di una posizione sociale di prestigio.
Il prezzo richiesto per realizzare l’impero è la perdita della genuinità e la distruzione dei rapporti umani. Le persone attorno al protagonista diventano semplici pedine disposte sulla plancia di un gioco di potere nel quale amici, familiari, buoni e cattivi indossano tutti la stessa divisa.
Narcos: Messico e l’idea rivoluzionaria
Fino alla seconda stagione ho interpretato Narcos: Messico come una caleidoscopica altalena di punti di vista che restituiscono l’immagine di un mondo violento, corrotto, umiliante e senza speranza di un lieto fine.
Analizzando i personaggi e i gruppi dei quali fanno parte ci si rende conto delle somiglianze. Grazie alla loro abilità nelle trattative Felix e Kiki riescono spesso a negoziare soluzioni che permettono a tutti di avere la propria libbra di carne.
Le loro rispettive imprese, seppur agli antipodi, mettono in risalto l’importanza del lavoro di gruppo per raggiungere un obiettivo. Il loro fallimento è da ricercare infatti nell’eccessiva volontà di potere insita nell’essere umano.

Nota a margine
Prima di continuare tengo a precisare che non condivido la visione dei narcotrafficanti o dei metodi utilizzati da ambo le parti per ottenere gli scopi prefissati. L’intento dell’articolo è l’analisi delle tematiche di teamworking riscontrabili nella serie che lo rendono tra le soft skills più richieste dal mercato del lavoro.
Dove eravamo rimasti?
La Federazione trasforma il traffico della marijuana (e della cocaina) in un’operazione condivisa nella quale ogni sedia attorno al tavolo decide in funzione dell’obiettivo comune. Felix è a capo dell’operazione e dall’alto del suo attico prende le decisioni dalle quali dipendono a cascata i processi sottostanti.
Trasponendo Narcos: Messico all’interno di un contesto usuale Felix è il project manager sul gradino più alto della piramide. Immediatamente sotto si trovano i capi delle famiglie, i dirigenti delle operazioni di trasporto e produzione arrivando infine alle figure basilari.
Punti di forza
La Federazione suddivide le operazioni (task) in attività più piccole da attribuire alle risorse designate. Tale struttura comparta efficacemente il processo lavorativo e ottimizza la comunicazione. Ogni professionista conosce il proprio referente diretto e insieme gestiscono le manovre. In caso di problemi sarà quest’ultimo a salire di un gradino ripetendo la prassi fino all’apice.
Punti di debolezza
Il lavoro di gruppo si basa sulle capacità del singolo al servizio della collettività. Il crack più comune avviene quando uno o più soggetti pecca di avidità o richiede maggior controllo e autonomia sulle operazioni.
La chiave è delegare
Ascoltando e leggendo il parere di molti imprenditori appare evidente l’importanza della delega all’interno del processo evolutivo e innovativo della società. Felix può concentrarsi sulle questioni che gli competono perché ad esempio Amado (José María Yazpik) si occupa dei trasporti mentre Rafa gestisce la coltivazione della marijuana e la distribuzione con le famiglie.

La prosperità della Federazione è legata dunque all’accettazione del sistema e del workflow che si autoalimenta grazie alla specializzazione di ognuno.
L’ingranaggio si incrina quando vengono meno le competenze e figure subordinate s’inventano di poter ricoprire mansioni dirigenziali. Eccetto Felix gli altri attori lavorano a livello operativo e non hanno la visione globale che invece è chiara a chi si occupa di pianificazione. Il cambio del paradigma necessita l’accettazione da parte dei primi di un mindset gestionale non sempre comprensibile: non è facile smettere di sporcarsi le mani soprattutto quando sono anni che le si immerge nella pasta!
Ma quindi perché parlare di Narcos: Messico senza parlare di Narcos: Messico?
La serie spin-off creata e prodotta da Carlo Bernard e Doug Miro presenta molteplici chiavi di lettura. La prima è senza dubbio la documentazione drammatica sulla fondazione e l’evoluzione del cartello di Guadalajara negli anni Ottanta.
Come accaduto in passato per Il gigante di ferro ho tuttavia preso spunto da Narcos: Messico per trarre alcune considerazione sulle operazioni di teamworking che possono riflettersi in ambiti quotidiani (si spera) più legali.
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